Il presidente Usa Donald Trump. (© ANSA/AP Photo/Alex Brandon)

PIÙ CONTROLLI, MENO VISTI, PIÙ DETERRENZA

«Prima gli americani». Ecco come Trump vuole frenare l'immigrazione negli Usa

Il modello «Prima gli americani» di Donald Trump è duramente contestato dentro e fuori gli Usa, ma il Presidente va dritto per la sua strada. Ecco tutti i provvedimenti anti-immigrazione che vuole mettere in campo

WASHINGTON – Era uno dei punti principali del suo programma relativo alla politica interna, e, come prevedibile, ha già scatenato un'infinità di polemiche. Sono solo 90 giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, ma il suo pugno duro sull'immigrazione è già evidente. Stop agli immigrati irregolari, più controlli per chi vuole entrare negli States, completamento del muro del Messico per impedire i flussi migratori dal Centro e Sud America, priorità ai lavoratori americani: per il tycoon newyorchese, evidentemente, queste non erano solo promesse elettorali.

Dal muslim ban al muro
Lo ha dimostrato quando ha promulgato due versioni del «muslim ban», sul quale i giudici ancora gli fanno guerra aperta. Non solo: la Cnn, qualche settimana fa, è entrata in possesso di alcuni documenti del dipartimento per la Sicurezza, che stimavano in 1 milione di euro la cifra richiesta per il 2017 per la costruzione del muro del Messico, e in 2,6 miliardi di dollari quella per il 2018. Nel documento, l'amministrazione confermava anche l'intenzione di moltiplicare i controlli al confine, ed elencava i primi «successi»: un rialzo del 50% degli arresti e dell'80% delle richieste per tenere in carcere persone arrestate e soggette all'espulsione.

Stop ai fondi per chi protegge gli irregolari
Il «piano anti-immigrazione» di Trump non è però finito qui. A fine marzo, la Casa Bianca ha infatti annunciato l'intenzione di ridurre o azzerare fondi per gli Stati o le «città santuario», cioè per coloro che continueranno a difendere e tutelare gli immigrati irregolari nonostante le nuove direttive di Washington. Tra chi continua a proteggere gli immigrati senza documenti ci sono in primis San Francisco, New York, ma anche lo Stato della California. Non ricevendo collaborazione da molti enti locali, dunque, Trump è letteralmente passato alle minacce. Sul tavolo ci sarebbero circa 4 miliardi di dollari a rischio per il 2017, la cui mancanza potrebbe compromettere il funzionamento di molte aree metropolitane non solo nel settore dei servizi sociali.

11 milioni e più di irregolari
Il nodo che Trump sta cercando di affrontare con le maniere forti è la circostanza per cui, negli Stati Uniti, la clandestinità è spesso largamente tollerata: sono circa 11 milioni le persone che risiedono negli States senza permesso. Molti Stati e comunità locali, infatti, riconoscono la residenza degli immigrati irregolari, garantendo loro la possibilità di usufruire dei servizi sociali, sanitari e dell'istruzione, ed evitando loro il rimpatrio forzato previsto dalla legge.

Anche sul lavoro, prima gli americani
L'altro binario su cui il tycoon sta cercando di agire è quello del lavoro. Se «Prima gli americani» è uno degli slogan prioritari della sua agenda, questo vale anche e a maggior ragione sul fronte del lavoro e dell'occupazione. Non a caso, la nuova amministrazione firmerà un ordine esecutivo atto ad indirizzare le agenzie federali a favorire alcuni cambiamenti nel programma di concessione dei visti utilizzato fino ad oggi per permettere che lavoratori stranieri e altamente qualificati lavorino negli Usa.

Comprare americano e assumere americano
Non solo: l'intenzione di Trump sarebbe quello di spingere a «comprare americano e assumere americano», nel tentativo di modificare le pratiche messe in atto negli appalti pubblici per favorire l'aumento dell'acquisto di prodotti americani nei contratti federali. L'ordine che il Presidente si appresta a firmare chiederà «la rigorosa applicazione di tutte le leggi che regolano l'ingresso negli Stati Uniti dei lavoratori dall'estero allo scopo dichiarato di creare salari più alti e tassi di occupazione più elevati per i lavoratori negli Stati Uniti». Trump ha sempre sostenuto che negli Stati Uniti vi sia in atto «una frode e un abuso» del lavoro che sfavorisce gli americani, riducendo le possibilità di occupazione e tagliandone i salari.

Visti per lavoratori stranieri sotto accusa
Sotto accusa, in particolare, il sistema dei visti H-1B, quelli cioè destinati a lavoratori stranieri altamente specializzati e con un alto livello di istruzione, tra cui ricercatori, scienziati, programmatori. Per intenderci, si tratta dei nostri «cervelli in fuga», giovani talentuosi e preparati che lasciano l'Italia alla ricerca di prospettive migliori. Ad oggi, il Governo utilizza una lotteria per assegnare 65mila visti ogni anno, distribuendone altri 20mila per far laureare studenti lavoratori.

Dumping salariale e meno lavoro per gli americani
Quest'anno, secondo i Servizi di cittadinanza e immigrazione Usa, il numero di applicazioni per tali visti è sceso a 199mila dai 236mila che erano nel 2016. Tradizionalmente, le aziende sostengono di utilizzarli per accaparrarsi i talenti migliori. Tuttavia, la maggioranza di questi visti sarebbero assegnati da aziende che operano in outsourcing, circostanza che moltiplica le critiche a proposito della possibilità che tali permessi vengano utilizzati, di fatto, per saturare posti di lavoro a più basso livello tecnologico più che per reperire talenti internazionali. Il dubbio dell'amministrazione Trump, insomma, è che tale sistema servirà, di qui a poco, per portare in America lavoratori stranieri a paghe più basse, riducendo gli impieghi per i lavoratori americani.

La battaglia con Twitter
Certo: la strada di Trump non è priva di ostacoli. A dimostrarlo, non solo il pugno duro mostrato dai giudici Usa sul muslim ban, ma anche una recente polemica scoppiata sui social network. Lo scorso 14 marzo, infatti, l'amministrazione ha emanato un ordine a Twitter &co. che intimava di rivelare l'identità di chi gestiva alcuni account anti-Trump, particolarmente attivi sul fronte dell'immigrazione. Si tratta del profilo @Alt_uscis (Alt immigration), e convoglia le critiche alle politiche migratorie del Presidente. La battaglia si è conclusa con il ritiro dell'ordine da parte dell'amministrazione, dopo che il social si era rifiutato di fornire i dati richiesti e aveva fatto causa al Governo americano, con il supporto sia dell'American Civil Liberties Union, associazione Usa che si occupa delle libertà individuali, che dell'Electronic Frontier Foundation (EFF), l'organizzazione internazionale no profit per la protezione dei diritti digitali.

Già la deterrenza funziona
La tensione che si respira sul tema, insomma, è altissima. L'attuale Presidente sembra determinato a mantenere tutte le sue promesse sul tema dell'immigrazione, anche a costo di scontrarsi duramente contro le forze che si oppongono al suo «piano». Una tensione che essere stata percepita anche dagli stessi migranti, sempre meno propensi a stabilirsi negli States. A marzo, ad esempio, le richieste sono crollate del 54%, arrivando a quota 2.070 contro le 4.579 di febbraio. In realtà, la flessione dura dal mese di ottobre: da 9.945 richieste si è passati alle 8.355 domande di novembre, alle 7.371 di dicembre e alle 6.777 a gennaio. Un saggio dell'»effetto Trump», inteso come pura dissuasione legata alla sua figura. Perché poi, quando il complesso piano anti-immigrazione in tutte le sue parti entrerà in vigore, è probabile che «rivoluzione» sarà ancora più significativa.

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