A CAPO DELLA SPD CON IL 100% DEI CONSENSI

Da «kapò» a «Robin Hood». Ecco come Schulz vuole soffiare il trono alla Merkel

Colui che Silvio Berlusconi soprannominò «kapò» ora fa il «Robin Hood» per sconfiggere Angela Merkel. E dice di voler cambiare l'Ue, nella cui establishment bazzica da un ventennio

Il leader della Spd tedesca e sfidante di Angela Merkel Martin Schulz. (© EPA/CLEMENS BILAN)

BERLINO – Balzò all'onore delle cronache italiane per quell'ormai famigerato scontro verbale con l'allora premier Silvio Berlusconi, che, ben poco prudentemente, lo ribattezzò «kapò». Oggi, 14 anni dopo, Martin Schulz, ex presidente dell'Europarlamento, è diventato l'uomo che, a detta degli osservatori, potrebbe resuscitare la sinistra tedesca. In effetti, il risultato «bulgaro» con cui è stato scelto a capo della Spd – con il 100% dei voti – dà il piglio della situazione. Un risultato storico, ma facilmente spiegabile. Perché prima che lui si candidasse a «sconfiggere» la supremazia di Angela Merkel, i socialdemocratici dello «smorto» vicecancelliere Sigmar Gabriel avevano bassissime probabilità di vincere.

Schulz chiuderà con l'eredità di Schröder?
Con Schulz, invece, la sinistra teutonica sembra essersi risvegliata da un lungo sonno. Un sonno nel corso del quale, come in molte altre parti d'Europa, ha smarrito la propria identità, rincorrendo, come spesso accade, interessi altri rispetto a quelli del proprio elettorato. La Spd tedesca, d'altronde, fa parte della grande coalizione che sostiene il governo di Angela Merkel, avallandone, di fatto, le politiche nazionali ed europee. Non che ci sia di che stupirsi: dalla Spd veniva lo stesso Gerhard Schröder, colui che, con l'Agenda 2010, introdusse i cosiddetti «mini-jobs», precarizzando il mercato del lavoro tedesco e sacrificando sull'altare del liberismo sfrenato il destino di milioni di cittadini ed elettori. Un po' sulla scia di Tony Blair, colui che istituzionalizzò la conversione della sinistra europea al verbo neoliberista e capitalista.

Il vento è cambiato, e Schulz se n'è accorto
Non che Schulz si sia opposto in alcun modo a quelle politiche. Tutt'altro. Oggi, però, il vento è cambiato. In tutta Europa, ma anche in Germania. L'ex presidente dell'Europarlamento deve averlo capito, se è riuscito a contendere più volte ad Angela Merkel il podio della popolarità politica. Come? Con uno spiccato «populismo», lo accusano gli avversari. In pratica, al mantra del liberismo e della globalizzazione, Schulz ha sostituito la promessa di restituire un po' di giustizia sociale alla locomotiva d'Europa. Ancora non si sa come – per il momento il programma della Spd è estremamente vago –, ma la promessa, almeno per ora, sembra essere sufficiente a dare del filo da torcere alla rassicurante Cancelliera.

Da kapò a Robin Hood
In un momento in cui la sinistra, in tutta Europa, è in estrema difficoltà, Schulz promette di restituirle un'identità in Germania. Paese che, per tradizione storica, vede ancora lontano lo spettro del populismo, che pure, con l'Afd, negli ultimi anni ha registrato un'impennata senza precedenti. Basta disoccupazione, più sussidi, più equità, stop alla precarietà, salari più alti: tutte ricette che gli sono valse, da parte dei media locali, l'ironico soprannome di «Robin Hood». Di certo, un bel passo avanti dal «kapò» di un decennio fa.

Le critiche all'austerity e alle storture dell'Ue
La strategia dell'ex leader del Parlamento europeo è insomma quella di presentarsi come l'«uomo della rottura». E non solo in Germania. Perché, a livello europeo, non ha mai fatto mistero di essere molto critico nei confronti del mantra dell'austerity a tutti i costi propugnato da Angela Merkel. Non a caso, all'indomani della sua elezione a Strasburgo, Schulz rilasciò una eloquente intervista a L'Opinion nella quale chiarì cosa pensasse del rigorismo economico. «Questa politica di austerità è stata un errore, non si può parlare che di riduzione della spesa. Lo Stato gioca anche un ruolo come investitore», dichiarò. «Ora, in qualche Paese questo ruolo si è ridotto a zero e l’investimento privato segue spesso la tendenza dell’investimento pubblico. È necessario combinare la disciplina budgetaria con degli investimenti strategici e la lotta contro la disoccupazione. È necessaria anche un’altra politica del credito. La BCE presta allo 0,25% alle banche che a loro volta non trasferiscono questo tasso poiché esitano nell’investire nell’economia reale, mentre investono molto nei mercati finanziari». Non solo: nel mirino di Schulz l'assenza di un'unione politica che «governi» quella economica, e la sostanziale impotenza del Parlamento europeo, sempre sottomesso alle direttive del Consiglio.

L'uomo della rottura, o dell'establishment europeo?
Ma poi c'è l'altra faccia della medaglia: perché il candidato che in Germania si presenta come l'«uomo della rottura» ha trascorso i suoi ultimi 22 anni nell'Europarlamento, diventandone il Presidente per ben due mandati. Un Presidente che, in fondo, non ha lasciato granché all'opinione pubblica europea: poco o nulla si ricorda del suo impegno politico, tantomeno nella lotta contro l'austerity merkeliana. Il dubbio, insomma, è che sia troppo presto per vedere in Schulz il politico che rivoluzionerà Germania ed Europa, spazzando via l'eredità della Cancelliera. Innanzitutto perché sarebbe avventato prevederne la vittoria. In secondo luogo, perché è troppo difficile ipotizzare fino a dove il leader della Spd potrà davvero spingersi nella sua «rivoluzione» della Germania e dell'Unione europea. Nella cui establishment, tutto sommato, bazzica da più di un ventennio.