Bandiera europea. (© Claudio Divizia / Shutterstock.com)

Il tabł europeista crolla. Anche per il think tank di Carlo De Benedetti

Un rapporto di MacroGeo, societą di consulenza presieduta da Carlo De Benedetti, ammette che l'Europa e l'eurozona sono avviate verso la disintegrazione. E analizza i principali scenari

BRUXELLES - Che l'Unione europea non goda di ottima salute è ormai diventato quasi un cliché; ma ora, in questione, è se la «guarigione» sia ancora possibile. Da più parti si teme (o si spera) che quella di Bruxelles sia una malattia terminale, e qualche dubbio deve essere venuto addirittura a uno dei suoi massimi sostenitori, colui che, quando divenne presidente della Commissione Ue, si impegnò a «salvare» il carrozzone europeo: Jean-Claude Juncker. Il quale già in occasione del discorso sulla stato dell'Unione dello scorso settembre fece una diagnosi piuttosto severa («crisi esistenziale», disse), e che ora, con il suo libro bianco, dimostra di non escludere alcuna prognosi. 

Le 5 opzioni di Juncker
«Tirare avanti», «nient’altro che il mercato unico», «quelli che vogliono fare di più fanno di più», «fare meno in maniera più efficiente» e «fare molto di più insieme». Un'analisi, per carità, fin troppo vaga, che profuma di resa e di impotenza. Le opzioni ci sono tutte, probabilmente per non mettere troppa carne al fuoco a pochi giorni dalle elezioni olandesi e a pochi mesi da quelle francesi e tedesche. Juncker sa bene che, in questo momento particolarmente delicato, quasi nessun Governo sarebbe disposto a seguire i suoi ambiziosissimi progetti di «più Europa», ma lascia, tra lo speranzoso e il disilluso, la porta aperta.

L'analisi della società di consulenza di Carlo De Benedetti
Il clima è talmente rovente che c'è anche qualcuno che sussurra l'insussurrabile: e cioè che l'Europa come la conosciamo oggi sta andando irrimediabilmente contro un iceberg, e sta per esperire la disintegrazione. L'ipotesi viene presa in considerazione addirittura da ambienti da cui non ce lo si aspetterebbe. Sostiene una tesi simile, infatti, un rapporto di MacroGeo, una società di consulenza presieduta nientemeno che dall'imprenditore italiano e storica tessera del Pd Carlo De Benedetti.

Disintegrazione
Il rapporto, denominato  «L’Europa al tempo di Trump e della Brexit: Disintegrazione e Riorganizzazione», fotografa vividamente la crisi in cui, negli ultimi anni, è piombato il Vecchio Continente, che un tempo dominava il mondo. Oggi, invece, l'Europa «è dominata da dinamiche geopolitiche che non riesce più a controllare o gestire. L'Unione europea non è l'attore globale che aveva promesso di diventare. Al contrario, si è imbarcata in una graduale disintegrazione».

Nel 2022 l'ultimo quinquennio
L'analisi è netta. L'Europa come la conosciamo oggi sta andando incontro a una decomposizione, una tendenza pressoché impossibile da invertire anche se alle prossime elezioni dovessero vincere candidati europeisti quali Macron in Francia o Schulz in Germania. Il processo, ormai, è inarrestabile: «Per il ciclo elettorale 2021-22, l’UE potrebbe entrare negli ultimi cinque anni della sua ‘reale’ esistenza», sostiene il report, secondo cui però le strutture legali formali dell’Unione con sede a Bruxelles potrebbero resistere più a lungo.

Dinamiche globali
La Brexit non è l'unico segnale che conferma questa analisi: secondo lo studio, i trend geopolitici di lungo termine stanno inesorabilmente conducendo l'unione monetaria verso l'atrofia, condannandola all'ininfluenza: si vedano l'immigrazione, il terrorismo, la rinascita della Russia, i cambiamenti climatici. Tutti fenomeni globali che attentano alla sopravvivenza di un'Europa già di per sé instabile e priva di meta. Senza contare, poi, il progressivo disimpegno statunitense dal Vecchio Continente, a fronte di una maggiore attenzione sull'Estremo oriente e sulla Cina: un posto rimasto vacante che difficilmente sarà occupato dalla Germania, visto che i suoi vicini non le permetterebbero di diventare la potenza militare dominante d'Europa.

Italia divisa tra Nord e Sud?
Che cosa seguirà, dunque alla disintegrazione? Secondo gli autori del rapporto, non tanto, come si potrebbe pensare, un’anarchica competizione tra gli Stati-nazione, quanto «l’affermazione di un nucleo centrale geoeconomico intorno alla Germania», composto da Berlino e dai Paesi che ne costituiscono la filiera industriale, in linea con la cultura fiscale e monetaria tedesca. Addirittura, il rapporto ventila l'ipotesi di una divisione dell'Italia tra Nord e Sud, con la sua parte settentrionale, in quel caso, adatta ad unirsi al gruppo formato da Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e alcuni Paesi scandinavi. Questa evoluzione presuppone dunque la disgregazione dell’eurozona a 19 Paesi.

Il tabù è crollato
D'altra parte, l'ipotesi di una reversibilità dell'Eurozona non è più così peregrina e riservata agli ambienti euroscettici di estrema destra, se, poche settimane fa, è addirittura uscito un rapporto di Mediobanca che suggeriva che, in termini di debito pubblico, l'Italia non soffrirebbe particolarmente a lasciare l'euro, prospettiva sempre più tenuta in considerazione dagli investitori. Ma non è solo in caso dell'Italia: in Olanda, Paese che a giorni si recherà alle urne, il mese scorso il Parlamento ha votato per l’istituzione di una commissione d’inchiesta sui pro e sui contro dell’appartenenza olandese all’eurozona. Una mossa che, tra le altre cose, rifletterebbe la frustrazione nei confronti della politica di tassi ultra-bassi e del programma QE della Banca centrale europea.  Uscire dall'euro, e dall'Ue, insomma, non è più un tabù come molti vorrebbero farci credere.

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