Il presidente russo Vladimir Putin. (© Frederic Legrand COMEO / Shutterstock.com)

Non solo Siria: la Russia conquista un ruolo strategico nella crisi libica

Di fronte al fallimento delle iniziative diplomatiche occidentali, anche nella crisi libica stanno emergendo nuovi attori. In primis, anche in questo caso, la Russia

MOSCA - Non solo Siria: la Russia si prepara ad acquisire un ruolo da protagonista anche in un altro, tormentato, scenario geopolitico: quello della crisi libica. Un Paese ancora in balia di fazioni contrapposte e di un autentico caos politico, e che manifesta difficoltà anche nel tradizionale settore di punta: quello petrolifero. Perché è vero che la Libia ha più che raddoppiato la sua produzione di petrolio di 700mila barili al giorno negli ultimi mesi; altrettanto vero, però, è che il livello di oro nero prodotto rimane decisamente al di sotto di quei 1,6 milioni di barili al giorno pre-2011.

Il duplice ruolo di Mosca
Così, Mosca è arrivata in soccorso della Libia, con un fruttuoso accordo di collaborazione tra il colosso russo Rosnef e l'ente libico Libya National Oil Corporation. L'accordo prevede una cooperazione sia nell'esplorazione, sia nella produzione. Ma la presenza russa in Siria non si limita al pur fondamentale settore dell'oro nero: perché Mosca, anche insieme all'Egitto, ha di fatto preso in mano i negoziati interni per raggiungere un accordo con il generale Haftar, che contende il potere al governo legittimato dall'Onu e presieduto da Faiez al Serraj.

L'incontro tra Serraj e Haftar, un nulla di fatto
L'incontro tra il primo ministro Faiez al Serraj e il generale Haftar si è concluso con un nulla di fatto. Un incontro tenutosi al Cairo lo scorso 14 febbraio e organizzato dal presidente egiziano Al Sisi, che però non non ha portato, come si sperava, ad un accordo. Il fallimento dell'iniziativa è stato vividamente fotografato dall'attentato avvenuto in quelle ore ai danni di Al Serraj, finito sotto il fuoco dei miliziani fedeli a Ghwell, componente islamista delle fazioni.

La diplomazia parallela di nuovi attori
L'attentato è stato preceduto, di poche ore, dall'intervista di Serraj alla Reuters nella quale confessava il fallimento delle trattative con Haftar e auspicava la mediazione diplomatica di Mosca per risolvere l'impasse. Un invito che non deve aver fatto piacere all'Onu, le cui iniziative, finora, si sono rivelate decisamente poco risolutive. Non a caso, lo scorso 20 febbraio il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, e il suo omologo algerino, Ramtane Lamamra, hanno incontrato a Tunisi presidente tunisino Beji Caid Essebsi per parlare di stabilità in Libia, preferendo evitare «interferenze straniere». Una «diplomazia parallela» che fotografa, senza ombra di dubbio, i fallimenti di quella occidentale, in cui l'Italia – è bene ricordarlo – avrebbe dovuto ricoprire un ruolo fondamentale.

Mosca e Haftar
D'altra parte, l'influenza di Mosca nello scenario mediterraneo non è una novità degli ultimi giorni. Risaputa è la protezione concessa dalla Russia al generale Haftar, uomo forte della Cirenaica ed espressione militare del parlamento di Tobruk, che più volte ha visitato il freddo Paese del Nord. A Gennaio Haftar è stato fotografato sulla portaerei russa Kuznestov, dopo essersi recato a Mosca nel mese di Novembre 2016 e aver stretto accordi per aiuti militari con il Cremlino. Il 6 Febbraio, la portavoce del Ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha annunciato la futura visita del Primo Ministro di Tripoli, Fayyez al-Sarraj, a Mosca entro la fine del mese. Zakharova ha inoltre aggiunto che la Russia sta conducendo un lavoro sistematico con i due centri di potere (Tobruk e Tripoli), sottolineando la necessità di stabilire un dialogo fra le due parti.

L'alternativa alle iniziative (fallite) occidentali
Russia, in primis, ma anche Egitto, Tunisia e Algeria scendono dunque in campo come nuovi protagonisti internazionali. Proprio come, nella crisi siriana, Russia, Turchia e Iran hanno preso le redini del processo negoziale, facendo precedere i negoziati di Ginevra da un altro tavolo, quello di Astana, in Kazakistan. Al di là dell'andamento e degli esiti delle singole crisi, non c'è dubbio che la diplomazia internazionale stia assumendo una geometria sempre più variabile, con nuovi attori locali o non occidentali che si stanno conquistando ruoli di primo piano, di fronte all'inconsistenza dell'Occidente e degli Stati Uniti.

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