Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. (© 360b / Shutterstock.com)

Il fallimento di Juncker, l'uomo delle corporation che diceva di voler «rivoluzionare» l'Ue

E' a un bivio, Jean-Claude Juncker, «l'uomo del compromesso»: abituato a strizzare l'occhio a destra e sinistra, a voler salvare rigore e flessibilità, a fare gli interessi delle multinazionali autoproclamandosi presidente del «dialogo sociale»

BRUXELLES - Jean Claude Juncker vicino alle dimissioni? E' questa l'indiscrezione emersa da «fonti autorevoli» citate da Repubblica, nel descrivere il «bivio» a cui si trova l'attuale presidente della Commissione europea. Il quale vorrebbe «riuscire a dare la propria impronta» a un'Europa ambiziosa e proprio non si rassegna a «gestire il declino europeo» del dopo-Brexit. Sarebbe questa la ragione per cui Juncker sarebbe pronto a mettere sul piatto le dimissioni se il suo Libro Bianco, il progetto di rilancio dell'integrazione europea post-Brexit, non sarà pubblicato come previsto l'8 marzo, ma rinviato, come si ventila a dopo i festeggiamenti per il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (il 25 marzo).

Il Libro Bianco
Secondo La Repubblica, l'obiettivo di Juncker sarebbe stato quello di puntare «alla realizzazione di una vera Europa politica e sociale e con l'ambizione di farlo diventare l'ossatura della Dichiarazione di Roma con la quale i leader tracceranno la rotta futura dell'Unione». Eppure, i diversi e delicati appuntamenti elettorali che si profilano in diversi Paesi spingerebbero molti Governi a preferire che il testo rimanga ancora un po' nel cassetto.

Il bivio
Per questo motivo, mercoledì, a Berlino, Juncker incontrerà Angela Merkel. Che, essendo in prima persona alle prese con una campagna elettorale difficile (la più difficile dopo l'unificazione), potrebbe non vedere di buon occhio l'idea «di accendere un dibattito domestico sull'Europa o dividere i Ventisette minando la sua leadership continentale». Se la Cancelliera - conclude Repubblica - gli chiederà di rinviare il Libro bianco a dopo Roma, rendendolo ininfluente, allora l'ex premier lussemburghese sarà chiamato alla più difficile delle decisioni.

«Il democristiano più socialista che ci sia»
Ma chi è Jean Claude Juncker, l'uomo che proprio non vuole arrendersi all'inevitabile declino europeo? Designato nel giugno 2014 dai 28 capi di Stato e di Governo presidente della Commissione europea, per la prima volta scelto a maggioranza qualificata e non all'unanimità, Juncker si è sempre presentato come l'uomo del compromesso. Compromesso tra destra e sinistra, popolari e socialisti, austerity e crescita, definito proprio per questo da qualcuno il «democristiano più socialista che ci sia»

L'uomo del rigore e delle promesse di crescita insieme
Già ministro del Lavoro e delle Finanze, nonché Primo ministro del Lussemburgo, Juncker è stato costretto a rassegnare le proprie dimissioni a causa di uno scandalo attinente a questioni di intelligence e servizi segreti: fu infatti accusato di aver schedato illegalmente migliaia di cittadini. Salvo poi venire «promosso» come numero uno della Commissione europea, proprio per la sua capacità di risultare «credibile» ai due schieramenti opposti. Juncker, di fatto, è sempre stato un sostenitore del «rigore», e di quelle politiche neoliberiste che vedono, come propri pilastri imprescindibili, tagli alla spesa sociale e riduzione dei salari. Eppure, il politico lussemburghese è riuscito a conquistarsi le simpatie degli stessi socialisti, mostrando di voler porre attenzione alla stessa crescita e promettendo di «dare più legittimità democratica alla Troika».

Il piano Juncker: un colpo al cerchio e uno alla botte
Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma: nessuna messa in discussione della politica dell'austerità; qualche «contentino» elargito qua e là per placare gli animi dei più critici. E' in questo contesto che si inscrive la cosiddetta «flessibilità», intesa a ottenere margini di manovra e di spesa per far ripartire un ciclo di accumulazione. Juncker si è presentato promettendo di mobilitare «fino a 300 miliardi in tre anni», da impiegare in un «ambizioso pacchetto per lavoro, crescita e investimenti». Piano ribattezzato poi come «piano Juncker», che lo scorso settembre il numero uno della Commissione ha dichiarato di voler rilanciare con investimenti complessivi fino a 630 miliardi entro il 2020.

Crisi esistenziale
Inutile dire, però, che la «rivoluzione» promessa da Juncker si è rivelata soltanto un debole palliativo, e non solo perché non ha potuto (come prevedibile) contrastare efficacemente gli effetti del rigore, ma anche perché non è riuscita a evitare che l'Europa si schiantasse violentemente contro quella «crisi esistenziale» di cui lo stesso presidente della Commissione Ue ha parlato nel suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione.

Il presidente del dialogo sociale?
«Cerchiamo di rinunciare al nazionalismo e di giocare come squadra, bisogna riabilitare il metodo comunitario. La distanza tra livello europeo e cittadini aumenta, l’Europa ha bisogno di spiegarsi e noi abbiamo l’obbligo di spiegare meglio l’Europa», affermava Juncker nel suo primo discorso. E aggiungeva: «Vorrei essere il presidente del dialogo sociale». Oggi, a tre anni di distanza da quelle parole, non si può non constatare come quei propositi siano stati straordinariamente disattesi: perché la crisi dell'Ue non solo non è stata superata, ma si è addirittura approfondita, come dimostra la Brexit e, forse ancor di più, la straordinaria ascesa dei movimenti euroscettici.

Lo scandalo LuxLeaks
Per capire che cosa sia andato storto, basti riportare alla memoria quello scandalo che ha travolto lo stesso Juncker nel novembre 2014, definito dai media internazionali «Luxembourg Leaks» o «LuxLeaks». Per chi se ne fosse dimenticato, un'inchiesta internazionale pubblicò i nomi di oltre trecento aziende multinazionali direttamente coinvolte nelle decisioni fiscali prese tra il 2002 e il 2010 dall'allora Governo lussemburghese presieduto da Juncker, che avrebbero consentito accordi fortemente vantaggiosi sui prezzi di trasferimento globale, collegati con speciali direttive dell'Unione europea che interessano il regime fiscale del Lussemburgo. 

L'errore di Juncker, e dell'Ue
Juncker, insomma, non era l'uomo della «rivoluzionaria flessibilità»: era l'uomo di sempre, l'antonomasia di quella politica verso cui i cittadini europei provano sempre più rabbia e scoramento. Ina politica che aiuta, di fatto, le corporation a eludere le tasse nei Paesi in cui fanno profitti, e dimentica il cittadino che non riesce a sbancare il lunario. Le istituzioni europee, insomma, assediate da una crisi senza precedenti, non hanno avuto il coraggio di cambiare. Ed è proprio questo di cui Juncker finge di dimenticarsi, quando parla di «crisi esistenziale dell'Ue» quasi fosse una circostanza a lui del tutto estranea, e indipendente da ciò che lui stesso rappresenta.

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