Ora il Fmi lo ammette e lancia l'allarme: «Innovazione e globalizzazione tagliano il lavoro»

A lanciare l'allarme è proprio il Fondo Monetario Internazionale, che punta il dito contro l'innovazione tecnologica e la globalizzazione. Per il Fmi servono misure per garantire una miglior distribuzione dei benefici e salvare i redditi da lavoro

ROMA - A lanciare l'allarme è lo stesso Fondo Monetario Internazionale. L'innovazione tecnologica e la globalizzazione sono le cause principali della perdita di reddito da lavoro, specialmente in Paesi come Italia e Germania. Il fatto più rilevante di questa affermazione, forse, è nella fonte da cui arriva: stavolta a lanciare il monito non è un partito politico, tantomeno una formazione "antisistema" o "populista", né un sindacato o un centro studi che faccia riferimento a quell'area. E' una delle istituzioni più ortodosse dell'economia mondiale.

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L'allarme lanciato dal Fondo Monetario Internazionale
Il messaggio è contenuto in uno dei capitoli analitici del World Economic Outlook, il rapporto semestrale sull'economia planetaria che l'istituzione di Washington sta progressivamente pubblicando in vista delle assemblee autunnali con la Banca Mondiale. «Dopo essere rimasta ampiamente stabile per decenni, la quota di reddito nazionale percepita dai lavoratori ha iniziato a calare a partire dagli anni '80 del secolo scorso», scrive il Fmi. E «questa tendenza è stata stata trainata dai rapidi progressi su tecnologia e integrazione globale».

Il ruolo dell'innovazione tecnologia e della globalizzazione
Nelle economie avanzate, prosegue infatti l'analisi «circa metà del declino della perdita di quote di reddito da lavoro può essere ricondotta all'impatto della tecnologia». Questo calo è stato determinato dalla combinazione di rapidi progressi nelle tecnologie di informazione e comunicazione con l'elevata quota di occupazioni che possono essere facilmente automatizzate. E anche la globalizzazione ha avuto un ruolo rilevante, che sia l'apertura del commercio internazionale o la creazione di catene di valore aggiunte globali o l'apertura agli investimenti diretti esteri.

A soffrire di più il settore manifatturiero
«Il suo contributo viene stimato nella metà di quello della tecnologia. Dato che la partecipazione a catene di valore aggiunto globali implica la delocalizzazione di compiti nei settori ad intenso utilizzo della mano d'opera - rileva il Fmi - l'effetto è ridurre la quota del lavoro nei comparti il cui prodotto è oggetto di scambi commerciali (tradable sectors)», come è tipicamente il manifatturiero. Questo spiega perché il fenomeno riguardi particolarmente una economia come quella del Belpaese. Secondo l'istituzione di Washington «messe assieme l'innovazione e la globalizzazione spiegano il 75 per cento del declino della quota di reddito nazionale percepita dal lavoro in Germania e Italia», Paesi che appunto hanno settori manifatturieri molto sviluppati.

La sfida crescente dei policymaker
Mentre spiega il 50 per cento di questo fenomeno negli Stati Uniti. Questo non significa che il Fondo monetario internazionale rinneghi il suo sostegno alla globalizzazione, all'innovazione e all'apertura degli scambi. Tuttavia lo studio riconosce l'esistenza di crescenti problemi, oggi la quota di reddito da lavoro è di 4 punti percentuali inferiore a quello che era nel 1970. E dalla crisi del 2008-2009 la situazione non ha mostrato miglioramenti. E quindi si raccomanda di cercare misure correttive. «Gli effetti di questi due fenomeni sul reddito da lavoro pongono una sfida ai policymaker, affinché trovino strade con cui i benefici di innovazione e globalizzazione risultino più condivisi e distribuiti». Risposte, conclude il Fmi, che ovviamente dovranno essere tarate sulle specificità dei singoli Paesi.

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