REDDITO DI INCLUSIONE

Ddl povertà, cosa non ci piace del reddito di inclusione

Il Reddito di Inclusione è legge e coinvolgerà circa 400mila famiglie. Tuttavia si tratta di una misura insufficiente per far fronte all'emergenza povertà del Belpaese e potrebbe perfino aprire la strada a nuove forme di lavoro mal pagato

Il premier, Paolo Gentiloni. (© Giuseppe Lami | ANSA)

ROMA – Il Reddito di Inclusione è legge. Il governo Gentiloni mette sul tavolo per questa nuova misura di contrasto alla povertà 1 miliardo e 640 milioni di euro per il 2017 e 1,8 miliardi di euro per il 2018. Lo strumento interesserà, secondo stime dell'Esecutivo, circa 400mila nuclei familiari ai quali dovrebbe garantire un sussidio fino a un massimo di 500 euro al mese. E' un importante passo avanti. Ma non basta.

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Il Reddito di Inclusione è legge
Il Reddito di Inclusione (REI) è stato approvato al Senato in via definitiva ed ora è legge. E' la prima misura organica nazionale di contrasto alla povertà approvata dal Parlamento da oltre quindici anni. Il provvedimento è stato presentato con baldanzoso entusiasmo dal ministro del Welfare, che lo ha definito un «passo avanti verso l'Europa». Avrà carattere universale e sarà condizionato alla prova dei mezzi che dovrà tenere conto, sulla base dell'Isee, dell'effettivo reddito disponibile del nucleo familiare e di indicatori della capacità di spesa. Lo strumento interesserà, secondo stime del governo, circa 400mila nuclei familiari in gravi difficoltà economiche. E' una buona notizia. Ma non è abbastanza per vincere la battaglia contro la povertà.

Una misura insufficiente per far fronte all'emergenza povertà
Innanzitutto vale la pena sottolineare, infatti, che l'Italia ha raggiunto il record storico di 4 milioni e 598mila individui che versano in condizioni di povertà assoluta (che corrispondono a 1 milione e 582mila famiglie). Basta un semplice calcolo aritmetico, dunque, per capire che circa l'80% dei poveri sarà escluso dal Reddito di Inclusione, che coinvolgerà – al massimo – 400mila famiglie. Ma c'è di più. La platea dei beneficiari potrebbe restringersi ulteriormente, raggiungendo a stento le 270mila famiglie, qualora l'ammontare dell'assegno del REI fosse confermato tra i 350 e 500 euro a nucleo familiare, a causa delle risorse economiche limitate. La misura è perciò insufficiente a far fronte all'emergenza povertà del nostro paese.

La sforbiciata al Fondo nazionale per le politiche sociali
A tal proposito vale la pena sottolineare che il governo Gentiloni, in accordo con le Regioni, ha appena deciso di tagliare le risorse destinate al Fondo nazionale per le politiche sociali e al Fondo nazionale per le autosufficienze. E la sforbiciata in questione è davvero significativa. Il Ministero dell'Economia ha siglato lo scorso 23 febbraio un accordo in Conferenza Stato-Regioni per ridurre il fondo nazionale per le politiche sociali dagli attuali 311 milioni di euro ad appena 99 milioni di euro nel corso del 2017. E il fondo nazionale per le autosufficienze verrà ridotto di altri 50 milioni di euro, passando da 500 milioni di euro a 450 milioni di euro. A causa di questa decisione una vera e propria ecatombe sociale si abbatterà sulle fasce più deboli della popolazione nazionale.

I single e i giovani senza figli sono tagliati fuori
Lungi dall'essere irrilevanti sul territorio, infatti, le risorse economiche di questi fondi servivano proprio a combattere la povertà e ad aiutare i soggetti economicamente più fragili con servizi assistenziali e domiciliari per anziani, per le persone con disabilità, per i minori disagiati e i centri antiviolenza. Ma, per tornare al Reddito di Inclusione, vi sono anche altre criticità inerenti allo strumento che meriterebbero una riflessione. In base ai parametri decisi dal governo, infatti, nell'assegnazione del sussidio (REI) verrà data priorità ai nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza accertata o con persone di età superiore a 55 anni in stato di disoccupazione. Verranno perciò tagliati fuori dal Reddito di Inclusione i single e le famiglie senza figli, in particolare i giovani che faticano a inserirsi nel mercato del lavoro e che per questo non riescono a costruirsi un avvenire.

Dal Reddito di Inclusione al Reddito di Esclusione?
Inoltre, come sottolinea Elena Monticelli su Sbilanciamoci.info, convince poco anche la scelta di legare l'erogazione del sussidio all'obbligo del beneficiario di aderire al progetto che gli verrà proposto. I beneficiari, infatti, dovranno aderire a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa finalizzato all'affrancamento dalla condizione di povertà. Ma vista la vaghezza del contenuto è necessario interrogarsi su quali possano essere questi fantomatici progetti. E sorge spontanea la seguente domanda: saranno percorsi davvero utili al reinserimento lavorativo del soggetto oppure diventeranno uno strumento per far sì che le amministrazioni locali e pubbliche possano disporre di manodopera a basso costo per lavori poco qualificati? Se non si prenderanno adeguate precauzioni, il Reddito di Inclusione potrebbe trasformarsi in un «Reddito di Esclusione»: perché potrebbe aprire la strada a una nuova frontiera del lavoro mal pagato.