Unicredit. (© Sergey Kohl | Shutterstock.com)

Verso lo stato sociale speculativo: la fine delle fondazioni bancarie

L'aumento di capitale di Unicredit evidenzia la forte sofferenza delle fondazioni di origine bancaria, da tempo il bancomat delle istituzioni locali

MILANO - La notizia in sé è minore: Fabrizio Palenzona lascia la vice presidenza del gruppo bancario Unicredit. Con lui, molto probabilmente, partirà anche Luca Cordero di Montezemolo. Palenzona da sempre è uno degli uomini più enigmatici d’Italia: di origini umili è riuscito a scalare la piramide del potere, giungendo ad essere il deus ex machina del sistema bancario italiano. Questo grazie alla sua frequentazione con la politica, che l’ha visto coprire diverse cariche minori: democristiano, è stato sindaco di Tortona e presidente della Provincia di Alessandria. E' presidente di Gemina, Associazione Italiana Società Concessionarie Autostradale e Trafori, è stato membro del consiglio di amministrazione di Mediobanca, dell’ABI della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria.

Leggi anche: "Unicredit, la fine delle fondazioni bancarie e i guai dei comuni italiani"

Nuovo azionariato Unicredit
Per il sistema mediatico si tratta di un normale avvicendamento che giunge dopo il successo dell’aumento di capitale di Unicredit. Tredici miliardi di euro raccolti agevolmente sul mercato in un mese, che hanno però ridisegnato la mappa dell’azionariato che governa il primo gruppo bancario «italiano». Connotazione, questa, che se era fuorviante prima dell’aumento di capitale, oggi è totalmente falsa. Questa è la ragione per cui Fabrizio Palenzona oggi, e Luca Cordero di Montezemolo domani, abbandoneranno Unicredit. La banca sarà controllata dai fondi esteri, mentre le fondazioni bancarie, in primis Crt e Cariverona, al 4,5-5% dal 6-7% scenderanno all’1,8% a testa. Al loro posto, cioè alle leve di comando, secondo quanto emerge dalle comunicazioni Consob, subentrerà Capital Research and Management, finora primo azionista con il 6,7%, che è salito ad un cospicuo 8%, segue Aabar, fondo sovrano di Abu Dhabi, con il 5%, e BlackRock con il 4,8%.

La longa manus di SocGen
Ma avrebbero incrementato la loro posizione anche Wellington asset management e Marshall Wace. Jean Pierre Mustier, amministratore delegato della banca ha dichiarato: «Unicredit rimarrà indipendente, non c’è alcuna volontà di evolverci verso un dna francese. Il futuro del gruppo è molto luminoso per i suoi clienti, per i suoi azionisti e per i suoi dipendenti» . Parole che smentiscono, o almeno tentano, anche un po’ goffamente, che Unicredit presto o tardi cadrà nelle braccia della francesissima SocGen attraverso una fusione, nel caso migliore. Di tale «progetto", si parla da diversi mesi, e la nuova configurazione azionaria della banca rende perfino più semplice tale ipotesi. Così prende forma il nuovo assetto bancario italiano, e non solo. Cambierà l’intera impalcatura istituzionale del paese, nonché i rimasugli di stato sociale per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.

Nuovo ordine bancario
La legge Amato dei primi anni novanta, con cui fu privatizzato il settore bancario, prevedeva l’istituzione delle Fondazioni di origine bancaria: un soggetto giuridicamente ambiguo, perché la proprietà è composta da istituzioni locali. Le Fondazioni hanno sempre avuto l’obbligo di investire, per utilizzare un verbo generoso, i denari scaturenti dalle cedole sul territorio, in prevalenza in attività culturali e di ricerca. Importanti somme da anni vengono incanalate nel settore universitario, nei musei, negli istituti di ricerca, nella scuola e nel settore cooperativo sociale. Per questa ragione le maggiori città italiane hanno tentato di avere una propria fondazione dove far sedere uomini «fedeli» alle istituzioni da cui provenivano. E’ il caso, ad esempio, di Sergio Chiamparino, per due anni presidente della Compagnia di San Paolo, primo azionista di Intesa Sanpaolo. Ma il suo nome non è il solo, infatti lo stesso Fabrizio Palenzona, come scritto in precedenza, ha speso la sua professionalità sia nelle istituzioni che nel settore bancario.

Lo smembramento dello Stato e le fondazioni bancarie
Il progressivo smembramento dello Stato, e in particolare delle istituzioni locali, oggetto di draconiani tagli di bilancio imposti dell’egemonica ideologia neo liberale hanno portato nel tempo la classe politica ad un rapporto sempre più sinergico con le fondazioni bancarie. Un rapporto per molti versi perverso, perché Comuni, provincie e Regioni, sempre più povere, nella decade che va dal 1995 a 2005, nel tentativo di investire sul territorio hanno aumentato fortemente il livello di indebitamento con le banche madri delle fondazioni bancarie. Il caso di Torino è esemplare in tal senso. L’indebitamento della città verso Intesa Sanpaolo è cresciuto fino a raggiungere e superare il miliardo di euro per quanto concerne mutui e derivati. Al contempo le risorse destinate dalla fondazione bancaria, la Compagnia di San Paolo, sono diventate sempre più importanti e soprattutto insostituibili.

Lo stato sociale speculativo
La diluizione a cui sono sottoposte le Fondazioni bancarie, per altro prevista dalla Legge, mette in crisi questo schema. Perché vi sarà un lento disseccamento delle risorse che queste potranno «investire» sui territori. Rimarrà loro solo la possibilità, per altro ambigua sul piano legale, di essere soggette esse stesse di operazioni speculative. Ovvero: se prima le Fondazioni finanziavano se stesse e gli enti locali prettamente attraverso le cedole, tra pochi anni dovranno farlo solo più con operazioni speculative. Mettendo così a rischio il patrimonio. Qualcosa in tal senso è già avvenuto negli anni passati proprio con la Compagnia di San Paolo, che dovette fronteggiare perdite cospicue in virtù di operazioni swap mal condotte. Allargando l’orizzonte è chiaro che questo sistema prevede un’intera, e surrettizia, privatizzazione dello stato sociale, che funzionerà come un fondo d’investimento statunitense. Se tutto ciò rappresenti una conquista della civiltà è molto dubbio.

Ti potrebbero interessare anche

Commenti