L'ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina con gli azionisti (© ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)

Intesa Sanpaolo passa da predatore a preda: ecco perché l'operazione su Generali è molto pericolosa

Dopo la retromarcia della scorsa settimana, Intesa Sanpaolo mostra al mondo le sue debolezze. Riuscirebbe a resistere ad una scalata ostile proveniente dall'estero?

MILANO - Gli azionisti di Intesa Sanpaolo hanno salutato brindando a champagne la fine dell’avventura su Generali. In primis i fondi esteri, che poco sono interessati alla «italianità» – sono le parole dell’ad Carlo Messina – del settore bancario e assicurativo del nostro Paese. Ai signori dei pacchetti azionari importa solamente la redditività del titolo, e lo avevano fatto capire pienamente con un ribasso del 20% dai massimi in un mese. Una vera carneficina, che ha messo in difficoltà il management italiano, nonché quel Giovanni Bazoli che, ancora, nonostante l’età avanzata, continua a voler comandare. In tempi di protezionsimo, ovvero la difesa degli interessi strategici di un Paese, e quindi del settore bancario, il mancato buon fine dell'operazione fortemente voluta da Carlo Messina evidenzia la debolezza strutturale dell'intero "Sistema Italia".

La debolezza strutturale di questo "Sistema Italia"
Al termine di un’operazione piuttosto mal condotta, quanto meno sul piano della comunicazione un po' troppo spericolata, risulta evidente che chi detiene le leve del potere sono i grandi fondi speculativi esteri, in grado di spingere il titolo Intesa Sanpaolo, ribasso dopo ribasso, in territori molto pericolosi. E con lui tutto il settore bancario italiano. Non importa che l’operazione avesse un evidente senso industriale, e men che meno andasse incontro a molte esigenze del Sistema Italia: l’unica cosa che conta, come detto, sono i dividendi ora e subito per gli azionisti. E Intesa Sanpaolo di azionisti italiani interessati a fare sacrifici per difendere gli interessi del Paese non ne ha più molti. Un tempo, prima dell'ubriacatura neoliberale degli ultimi venti anni, che sta presentando conti sempre più salati, operazioni come quella appena fallita erano possibili e con una logica: oggi si tratta solo di romantiche chimere che vivono un mese. Certo, nella pancia di Intesa Sanpaolo rimane la Compagnia di San Paolo come primo azionista, il cui potere è ormai aleatorio dato che conta un pacchetto azionario sempre più diluito, il 9.340%. Il resto, ovvero le altre fondazioni che detengono un ulteriore 11% del capitale, non sono pervenute. 

Da predatore a preda
Alcuni aspetti della "fusione" tra Intesa e Generali però non sono chiari. Innanzitutto quale fossero le reali intenzioni del management di Intesa Sanpaolo, che ha affrontato un’operazione così complessa con spericolata baldanzosità. Probabilmente ci si aspetta un atteggiamento molto meno conflittuale da parte di Philippe Donnet, amministratore delegato di Generali. L’idea di Carlo Messina faceva leva sugli accordi presi con il governo Renzi, che a sua volta, probabilmente, aveva assicurato un via libera da parte francese. Invece l’ipotesi di scalata senza un bagno di sangue, ovvero attraverso uno scambio azionario che non richiedesse una tragica Opa, è stato subito stroncata dall’acquisto da parte di Generali del 3% di Intesa, che per altro si sommava ad un già cospicuo 1% presente in portafoglio. Fin da subito è stato evidente che i vertici di Intesa non si aspettavano una reazione così ostile. 

Il binomio Messina-Renzi pensava di riuscire a salvare il bancomat del sistema, e invece...
Il binomio Messina-Renzi pensava di riuscire a salvare il bancomat del sistema - Generali da sempre è utilizzata nelle operazioni più sgangherate, da Alitalia a Telecom - dal probabile prossimo assalto di Axa, colosso francese delle assicurazioni. Ma ben presto si è capito che Messina e il suo management avrebbero dovuto fare una cosa che i capitalisti italiani poco conoscono e soprattutto poco amano: fare i capitalisti, cioè investire denaro, moltissimo denaro. Il dietrofront della scorsa settimana, seppur coraggioso, mette in evidenza ancor più la debolezza del settore bancario italiano: che di fronte a una scalata che reputava strategica, al minimo segno di difesa si è ritirato. Questo evidenzia che ad essere preda non è il settore assicurativo, bensì quello bancario italiano. Con questa battaglia offensiva miseramente fallita dimostra di essere ampiamente contendibile. Il peso delle fondazioni bancarie, le uniche che vorrebbero resistere ad una offensiva, appare sottodimensionato: non è chiaro chi tra esse fosse a conoscenza dell’operazione e quale valutazione ne dessero. Sicuramente la Compagnia di San Paolo lo era, mentre sulla Fondazione Cariplo del potente Guzzetti non ci sono notizie certe. Sicuramente, di fronte ad un eventuale esborso di capitali che andasse al di là dell’amichevole offerta di scambio, sdegnosamente rifiutata dai vertici di Generali, hanno ceduto anch’esse, richiamando all’ordine Carlo Messina che invece pareva pronto a dare battaglia.

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