Il governatore della Bce, Mario Draghi. (© Ansa)

Perché le riforme strutturali imposte dall'Ue non solo non servono, ma affossano la crescita (a vantaggio delle banche)

In quel di Bruxelles si recita lo stesso mantra da otto anni, quello delle riforme strutturali, ma siamo ancora immersi fino al collo nella crisi economica. E' ora di chiederci cosa c'è dietro la «favoletta» che ci raccontano i dirigenti dell'Unione europea

ROMA – Dopo otto anni di crisi economica irrisolta siamo ancora qui a chiederci cosa non ha funzionato. Nel frattempo, l'Unione europea continua a recitare il suo mantra senza soluzione di continuità ripetendo ossessivamente le uniche due parole magiche che ritiene possano salvarci dalla recessione. Riforme strutturali. Riforme strutturali. Riforme strutturali... Da quanto tempo non ascoltiamo altro dalla bocca dei politici nostrani e dei dirigenti comunitari? Ci siamo convinti che se siamo ancora immersi fino al collo nella crisi economica è solo perché non siamo stati abbastanza diligenti (come la Germania, ad esempio) da realizzarle. Ma è davvero così? Per capirne di più vale la pena leggere la tesi di un illustre economista e divulgatore scientifico italiano, Alberto Bagnai.

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La favoletta di Bruxelles sulle riforme strutturali
Le riforme strutturali sono la pillola amara che dobbiamo ingoiare per tornare a crescere. L'Unione europea lo ripete da molti anni e ancora oggi, in occasione dell'Eurogruppo che si sta svolgendo a Bruxelles, la Troika ha tuonato con voce possente il suo diktat in direzione di Atene e del genuflesso Alexis Tsipras. In patria, noialtri ascoltiamo le stesse parole dai ministri e dai banchieri di turno, come Pier Carlo Padoan e Ignazio Visco, che ribadiscono lo stesso concetto ostinatamente come un vecchio disco rotto: niente riforme, niente crescita economica. A sentire tutti loro ci siamo davvero convinti che sia così. Solo queste fantomatiche «riforme strutturali», deus ex machina del terzo millennio, possono regalarci l'agognato lieto fine. Ma ne siamo davvero sicuri?

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La tesi di Alberto Bagnai
Secondo Alberto Bagnai, economista e divulgatore scientifico, le cose non stanno esattamente così. Anzi, quello delle «riforme strutturali» sarebbe un diabolico inganno perpetrato in quel di Bruxelles. Le riforme chieste dall'Ue non solo non servono, ma agiscono anche contro gli interessi dei cittadini europei. E a favore delle banche. Sembra assurdo. La tesi di Bagnai, però, non fa una piega. Le riforme strutturali mirano a cambiare le regole del mercato del lavoro al fine di renderlo più flessibile. Per aumentare l'occupazione, fanno sapere dolcemente dall'Ue. Ma la risposta ci ricorda un po' quella del lupo che è sul punto di divorare cappuccetto rosso dopo averla rassicurata in merito alle mani, le orecchie e la bocca troppo grandi. E, infatti, dati alla mano, in Italia la disoccupazione – specie quella giovanile – non diminuisce. Aumenta.

Il fine ultimo dell'Unione europea (e della Germania)
Quale sarebbe, dunque, il fine ultimo dell'Unione europea? Vale la pena ricordare, come abbiamo già anticipato altrove, che la Banca centrale europea persegue unicamente un obiettivo: quello della stabilità dei prezzi. A differenza della Federal Reserve americana che invece persegue anche l'obiettivo della crescita economica. Il motivo è da rintracciarsi nell'imprinting teutonico dell'Unione europea e, in particolare, nel terrore dei tedeschi per l'inflazione. Non c'è cosa al mondo che la Germania tema più dell'instabilità dei prezzi, perché fu proprio l'iperinflazione galoppante della Repubblica di Weimer a portare all'ascesa di Hitler e al dramma della seconda guerra mondiale. E poiché gli interessi dell'Unione europea coincidono in particolar modo con quelli dei tedeschi, anche la crescita economica continentale è sacrificabile sull'altare della stabilità dei prezzi.

Più disoccupazione, meno innovazione
E come persegue questo obiettivo Bruxelles? Bagnai ci viene in aiuto spiegando con un lungo post sul blog Goofynomics, che le riforme strutturali mirano a rendere più flessibile il mercato del lavoro per aumentare la disoccupazione (e non viceversa, come ci dice l'Ue). Infatti, maggiore è la disoccupazione minore è il potere contrattuale dei sindacati dei lavoratori che non possono pretendere aumenti salariali. In questo modo i costi di produzione restano contenuti ed è garantita la stabilità dei prezzi. Ma c'è di più. L'economista ci spiega anche perché queste riforme strutturali chieste da Bruxelles contrastano la crescita, invece di coadiuvarla. Il motivo è abbastanza semplice. In base al principio del prezzo che regola l'allocazione delle risorse più c'è disoccupazione, meno c'è innovazione.

Niente crescita economica, più soldi alle banche
Per chiarirvi le idee usiamo lo stesso esempio di Bagnai: se una cosa costa di più, si tende a usarla meno e meglio. Se una cosa costa relativamente poco, invece, non ne abbiamo molta cura. Lo stesso vale per i fattori di produzione: capitale e lavoro. Se il lavoro costa poco, se ne impiega molto e non fa molta differenza se qualche lavoratore va o viene in un'azienda perché è subito sostituibile. Contemporaneamente si tende anche a ridurre gli investimenti in innovazione (quelli sul capitale). Ma così facendo, poiché mancano ricerca e innovazione, la produttività rallenta. E il paese non cresce. Crescono, invece, i portafogli delle banche. Perché i poveri lavoratori disoccupati avranno sempre più bisogno di chiedere prestiti alle banche per poter sopravvivere, alimentando così la ricchezza dell'economia finanziaria a dispetto di quella reale. In sintesi, dire che con le riforme strutturali sollecitate da Bruxelles possiamo uscire dalla crisi economica è come pensare di poter guarire dall'anemia praticando salassi.


 

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