Il proprietario e fondatore della piattaforma Alibaba, Jack Ma (© EPA / LAURENT GILLIERON)

La globalizzazione non piace più, e una nuova guerra valutaria si prospetta all'orizzonte

Due figure opposte: il miliardario comunista a favore del libero scambio, con argomentazioni solide. L'economista tedesco contro il surplus commerciale di Cina e Germania, con argomentazioni altrettanto pesanti

WASHINGTON - Due visioni opposte, ma parimenti affascinanti e solide. Sono quelle di Jack Ma, fondatore di Alibaba, e Heiner Flassbeck, economista ed ex segretario di Stato tedesco. Dove si trova la verità, in questo contesto globale e complesso? Le soluzioni proposte da Donald Trump, che sta imponendo una nuova egemonia culturale a livello planetario, sono praticabili e sostenibili? La vecchia globalizzazione deve ancora resistere come sostengono il presidente cinese Xi Jin Ping e il suoi uomini d’affari? Oppure il mondo va incontro a una guerra valutaria, dura ma necessaria?

Un miliardario cinese difende la globalizzazione
La difesa più credibile dell’ideologia globalizzatrice giunge da un cinese comunista miliardario: il proprietario e fondatore della piattaforma Alibaba, Jack Ma. Un ex insegnante che nella sua vita precedente guadagnava dieci dollari al mese. Invitato a Davos, ha saputo difendere molto meglio del presidente Xi Jin Ping la globalizzazione. Un intervento semplice ma tetragono il suo, che nessuno ha avuto l’ardire di confutare.

Il pensiero di Jack Ma, in sintesi:

  1. «Le multinazionali americane hanno incassato milioni e milioni e milioni di dollari dalla globalizzazione. Quando mi sono laureato all’università in Cina (Ma è un ex professore del liceo) ho provato ad acquistare un cercapersone. Costava l’equivalente di 250 dollari, io ne guadagnavo 10 al mese come insegnante. Ma il prezzo per produrlo era 8 dollari. IBM e Microsoft facevano più utili delle più 4 più grandi banche cinesi messe insieme… dove sono finiti quei soldi?»
  2. «Trent'anni fa le compagnie americane di cui i cinesi avevano sentito parlare erano Ford e Boeing. Oggi sono nella Silicon Valley. E a Wall Street, dove sono stati investiti tutti i profitti. La crisi finanziaria ha cancellato 19,2 trilioni (un trilione=1000 miliardi) di dollari, e ha distrutto 34 milioni di posti di lavoro. Immaginate cosa sarebbe successo se quei soldi fossero stati investiti nel Midwest, per sviluppare industrie e infrastrutture, e soprattutto educazione per chi non se la può permettere? Io sono stato respinto da Harvard e me la sono dovuta cavare da solo»
  3. «Non sono gli altri paesi a rubarvi il lavoro, ragazzi, è colpa della vostra strategia. Siete voi che non avete distribuito i profitti nel modo giusto».

Risponde Heiner Flassbeck: «I surplus commerciali di Cina e Germania impoveriscono l’economia globale»
Differente invece è a visione dell’economista, e politico, tedesco Heiner Flassbeck, che punta la sua attenzione sull’enorme surplus commerciale che Cina e Germania stanno creando. Due paesi che stanno vampirizzando gli Stati Uniti e l’Unione Europea, almeno quella parte che non riesce a riprendersi dalla crisi economica. Scrive Flassebeck su Makroshop: "Gli Stati Uniti sono il partner commerciale con il deficit più grande nei confronti della Germania (60 miliardi di euro). Presto o tardi Trump finirà per accorgersene. È probabile che succeda proprio quando il suo ministro delle Finanze gli presenterà il Currency Report annuale, nel quale vengono elencati, dal punto di vista americano, i più grandi peccatori in materia di commercio internazionale. Cosa può fare quindi il presidente americano nei confronti dei paesi in surplus? L’impressione diffusa in Europa è che una guerra commerciale finirebbe per danneggiare anche gli Stati Uniti. Questa considerazione in realtà è fin troppo semplicistica. Prima di tutto non si può definire guerra economica il tentativo di riportare all’ordine i paesi in surplus. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio è del tutto lecito utilizzare i propri mercati nazionali per contrastare e sanzionare i Paesi in eccedenza commerciale. In Germania e in Cina ci si dimentica poi di un ulteriore aspetto: chi accumula costante surplus danneggia a tutti gli effetti i paesi in deficit, inondandoli con i suoi prodotti ed esportando disoccupazione. Inoltre, l’incremento del benessere nel commercio estero non viene equamente distribuito tra i paesi in disavanzo e in avanzo. Il Paese in surplus vince sempre, quello in deficit non può che perdere. Ciò contraddice l’idea stessa di libero scambio e la speranza che a trarne vantaggio possano essere tutti in egual misura".

Verso una nuova guerra valutaria?
La conclusione dell’economista tedesco è brutale: si sta andando verso una guerra delle valute, l’ennesima, che vedrà contrapposti il dollaro, l’euro, lo yuan, nonché la yen giapponese. Guerra in corso da almeno sei anni, che vede le banche centrali impegnate a creare moneta attraverso molteplici meccanismi. Il passo antecedente ai famosi dazi che Trump vorrebbe imporre ai prodotti che invadono il mercato statunitense. Se questo è lo scenario, e potrebbe diventare realtà in pochi mesi visto l’attivismo del nuovo inquilino della Casa Bianca, sorgono però degli interrogativi. Perché la Bundesbank tenta in tutti i modi di ostacolare la politica espansiva della Bce? Il quantitative easing di Mario Draghi è di fatto una costante svalutazione della moneta unica europea. La tassazione che promette Trump, i dazi, sono di fatto un mezzo per riequilibrare la distribuzione della ricchezza «malata» di cui parla Jack Ma? Il panico che ha colto i colossi della Silicon Valley, che hanno minacciato aumento dei costi pari al 100% sui loro prodotti, può essere contrastato con la svalutazione del dollaro?

Una guerra che potrebbe lasciare solo macerie
Convenuto che, come sostiene Flassbeck, gli Usa possono imporre la loro moneta ovunque nel mondo, anche per ragioni militari, è chiaro che un confronto monetaristico è anti storico. L'equilibrio in essere, ormai decennale, ricorda molto quello che caratterizza il cosiddetto "equilibrio del terrore" inerente le armi nucleari. Un confronto che lascerebbe solo sconfitti sul terreno, causando una catastrofe economica senza precedenti. Già oggi, soprattutto in Europa, l'economia soffre di un paradosso apparentemente inesplicabile: a fronte di tassi di interesse prossimi allo zero, nonché di politiche economiche ultra espansive, ci si trova in un regime di deflazione. Allora, forse, l'Occidente dovrebbe analizzare le politiche redistributive che connaturano il proprio sistema: si giungerebbe ad una conclusione molto vicina a quella di Jack Ma.

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