Unicredit (© EPA/MATTIA SEDDA)

Unicredit, la fine delle fondazioni bancarie e i guai dei comuni italiani

L'aumento di capitale è iniziato nel peggiore dei modi. All'orizzonte avanza la finanza globale, che ingoia quote di capitale detenute dalle fondazioni bancarie. Italia sempre più venduta a pezzi sul mercato

MILANO - Il grande giorno dell’aumento di capitale di Unicredit è giunto, ed è iniziato nel peggiore dei modi. Il tonfo in Borsa è pesante, oltre il 4%. Non poteva esserci viatico peggiore per un’operazione da cui dipende il sistema bancario europeo. Le ragioni di tale caduta sarebbero riconducibili al discorso fatto da Marine Le Pen relativo ad una prossima Frexit. Parole su cui la stessa Unicredit si è espressa, senza citare la leader del Front National, con un lungo comunicato in cui paventa scenari cupi derivanti dalla fine dell’euro. Il sistema bancario tenta quindi di scaricare le responsabilità su chi prospetta agende politiche ed economiche alternative, vagamente incurante del disastro finanziario degli ultimi anni. Ora, accusare la candidata del Front National delle difficoltà finanziarie odierne è un esercizio classico, ma pare un po’ grottesco. I tempi sono questi, accontentiamoci che non venga data la colpa a Virginia Raggi.

L'insolito comunicato di Unicredit
Questo l’insolito comunicato di Unicredit: «La possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la potenziale uscita della Scozia, del Galles o dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito, la possibilità che altri Paesi dell’Ue possano indire referendum analoghi a quello tenutosi nel Regno Unito e/o mettere in discussione la loro adesione all’Unione Europea e la possibilità che uno o più Paesi che hanno adottato l’euro come moneta nazionale decidano, sul lungo periodo, di adottare una moneta alternativa o periodi prolungati di incertezza collegati a tali eventualità, potrebbero comportare significativi impatti negativi sui mercati internazionali (...). In aggiunta a quanto sopra e in considerazione del fatto che alla data del documento di registrazione non esiste alcuna procedura legale o prassi volta ad agevolare l’uscita di uno Stato membro dell’euro, le conseguenze derivanti da tali decisioni sono acuite dall’incertezza in merito alle modalità con cui un eventuale Stato membro uscente possa gestire le proprie attività e passività correnti denominate in euro e il tasso di cambio tra la valuta di nuova adozione rispetto all’euro. Una disgregazione dell’area euro potrebbe essere accompagnata dal deterioramento del contesto economico e finanziario nell’Unione Europea e potrebbe avere un effetto negativo rilevante sull’intero settore finanziario, creando nuove difficoltà nella concessione di prestiti sovrani e alle imprese e comportando notevoli alterazioni delle attività finanziarie sia a livello di mercato sia a livello retail. Tale circostanza potrebbe avere un impatto negativo significativo».

Aumento di capitale: addio fondazioni bancarie
Unicredit si confronta con il mercato, portando in dote gioie e dolori antichi di decenni. Si intrecciano il grande prestigio derivante dalla possenza del gruppo, ed una situazione patrimoniale e finanziaria indebolita da otto anni di crisi. Tredici miliardi di euro, il maggior aumento di capitale della storia borsistica italiana: questa la cifra che viene chiesta al mercato. Una somma consistente, perché consistente è l’importo dei Npl, crediti deteriorati, che zavorrano la banca più importante d’Italia. Sorprendentemente, ma fino a un certo punto, emerge la notizia che la Fondazione Crt sottoscriverà solamente il 70% della sua quota. La fondazione bancaria, un tempo primo azionista di una della Casse di Risparmio di Torino, investirà quindi 230 milioni e non 320. Si diluirà ancor più il ruolo della storica fondazione bancaria, che oggi detiene il 2,3% del capitale.

Il peso italiano di Unicredit scenderà
Stessa sorte per l’altra grande fondazione bancaria, Cariverona, che oggi controlla il 2,2% di Unicredit: coprirà il 73% dei propri diritti, investendo nella banca 211,6 milioni di euro. La fondazione veneta scenderà quindi all’1,8% nel capitale della banca. Da quanto si può evincere da queste prime mosse è chiaro che il peso italiano all’interno di Unicredit scenderà, e lo stesso fenomeno storico delle fondazioni di origine bancaria volge al termine: il peso complessivo di tale comparto, in Unicredit, dovrebbe scendere dal 9% al 5%. Un processo molto pericoloso, perché come noto le fondazioni bancarie rappresentano il bancomat delle istituzioni locali, ormai ridotte a mendicare risorse dal settore bancario. Le fondazioni bancarie si finanziano grazie alle cedole, e non solo, che vengono conferite dalla banca madre, la cui ricchezza è proporzionale alla quota azionaria. Più questa diminuisce, meno soldi ci sono da investire sul territorio.

3900 esuberi
Unicredit sta aprendo al mercato globale, con preferenza verso i capitali provenienti dagli Emirati Arabi. In prospettiva è possibile vedere la nuova composizione azionaria anche dal piano industriale prossimo venturo. Le azioni avranno un prezzo di 13,11 euro, e il diritto di opzione verrà quotato a un prezzo di 13,0. L’accordo sindacale raggiunto sarà molto pesante per il comparto bancario italiano: gli esuberi saranno 3900 mentre le assunzioni 1300 assunzioni. E’ prevista la chiusura di 800 filiali, molte delle quali in Italia.

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